è uno dei verbi basilari da imparare
http://inglesologia.blogspot.com/2010/07/oggi-un-po-di-inglese-to-be-verbo.html
http://www.nuvolotta.altervista.org/50parole.pdf
vi converto in testo questo utile file pdf che contiene 50 parole Un piccolo vocabolario di sopravvivenza che
permette già di formare alcune frasi... provate a crearne alcune frasi, con i termini che conoscete già e quelli di questa pagina....
Cinquanta parole Chi viaggia all'estero sa quanto sia importante imparare qualche parola nella lingua locale. Lo sforzo è minimo, e i vantaggi immensi. Conoscere poche frasi, ed utilizzarle al momento opportuno può essere addirittura una forma di astuzia: la gente del posto difficilmente si scandalizza per una pronuncia sbagliata, mentre apprezza la buona volontà. I giornalisti, allenati a carpire la benevolenza altrui, sfruttano sempre questa debolezza. Sappiamo per esperienza, ad esempio, che salutare un cinese con nî hâo (salve) significa conquistarsi un sorriso: l'unico rischio poi è che l'interlocutore prenda a parlare spedito, credendo che conosciamo veramente il cinese. Durante la «rivoluzione di velluto» del 1989, a Praga, c'erano complimenti e pacche sulle spalle per chiunque sapesse pronunciare piccole frasi come to nevadi" (non importa) o poékejte okamiik (aspetti un attimo). All'inizio mi stupivo, poi ho capito che in Italia ci comportiamo nello stesso modo: uno straniero in grado di dire «grazie» e «arrivederci» viene coperto di complimenti, e se ne parte convinto che gli italiani sono molto gentili, o sono matti. Ci sono paesi del mondo dove la popolazione considera la propria lingua difficilissima, e si entusiasma se lo straniero se ne esce con un monosillabo: è il caso della Corea, dove i soldati di guardia al villaggio olimpico mi obbligarono a ripetere «Yoginun odim-nikka?» (Come si chiama questo posto?) cinque volte al giorno, per un mese. Ci sono altri paesi dove le venti parole imparate per fare bella figura possono diventare vitali: in Giappone, lontano dalle città, spesso non capiscono neanche help me, ed è perciò buona cosa imparare a dire in giapponese «dov’è un taxi?». Il guaio è che talvolta noi giornalisti non riusciamo a ricordare nemmeno questo, oppure -quando ci spostiamo in fretta da un paese all'altro- mescoliamo le frasi e salutiamo in polacco un ungherese e in ungherese un romeno -cosa quest'ultima sconsigliabile, perché i romeni detestano gli ungheresi, almeno quanto detestano gli stranieri che salutano in ungherese. Se dieci parole garantiscono una bella figura, venti parole procurano un complimento e trenta parole scatenano l'entusiasmo. Con cinquanta parole si può sopravvivere. Quelle elencate qui di seguito sono proprio le «cinquanta parole della sopravvivenza» che è buona cosa cercare d'imparare in qualsiasi lingua. In inglese costituiscono quel «bagaglio minimo» che ognuno dovrebbe portare con sé, anche in un viaggio organizzato: insieme all' «inglese involontario» (quello che abbiamo imparato senza accorgercene: uscita, exit; prima colazione, breakfast; biglietto, ticket), sono sufficienti per non viaggiare come pacchi postali. Chi già parla inglese, passi pure ad altro. Iniziamo da zero, ovvero con 1. yes –no sì -no 2. thank you grazie 3. you are welcome prego 4. please per favore Proseguiamo con i saluti: 5. Good morning (buongiorno) va bene fino a mezzogiorno 6. Good afternoon (buon pomeriggio) da mezzogiorno in poi 7. Good evening (buona sera) dopo il tramonto 8. Good night (buona notte) prima di coricarsi La traduzione letterale di «buongiorno» (good day) è orribile. Viene usata in Australia, e consigliamo di lasciarla agli australiani. Altre forme di saluto sono: 9. Hallo abbreviato in Hi (salve o ciao, incontrandosi) 10. Goodbye o bye-bye (ciao, lasciandosi) Esiste poi una piccola domanda educata ed indispensabile, buona sempre e con chiunque (in inglese non c'è distinzione tra «lei» e «tu»; se siete in confidenza, usate il nome di battesimo): 11. How are you, Mrs Clinton? Come sta, signora Clinton? How are you, Hillary?Come stai, Hillary? A differenza degli italiani, che quando rispondono a questa domanda spesso si dilungano sui problemi più intimi, gli inglesi (e, di solito, chi parla la loro lingua) rispondono in modo conciso Se stanno bene: 12. Very well, thankyou (molto bene, grazie) Se stanno discretamente: 13. Not too bad (non troppo male) Se stanno male: 14. Not too well (non troppo bene) Poiché non tutte le conversazioni possono finire con uno scambio di saluti, per procedere occorre conoscere la coniugazione del verbo «essere» e del verbo «avere»: 15. I am io sono 16. I have io ho you are tu sei you have tu hai he is egli è he has egli ha she is ella è she has ella ha it is esso è it has esso ha we are noi siamo we have noi abbiamo you are voi siete you have voi avete they are essi sono they have essi hanno Converrete che gli autori del manuale per camerieri nordafricani citato nel secondo capitolo avevano ragione di entusiasmarsi: l'inglese, a questo livello, è scandalosamente semplice. Il presente del verbo «essere» prevede tre forme (am, is, are); il presente del verbo «avere» soltanto due (have, has). 17. Nella forma affermativa il soggetto precede il verbo (you are stupid, tu sei stupido) 18. Nella forma interrogativa il verbo precede il soggetto (are you stupid? sei tu stupido?) 19. Nella forma negativa la particella not (non) segue soggetto e verbo (you are not stupid, tu non sei stupido) Siamo a diciannove nozioni, e decisamente sulla buona strada. Il prossimo passo muove da una considerazione statistica: i monosillabi the, a, of, and, to, this, that rappresentano il 25 per cento di tutte le parole inglesi usate in un discorso. 20. the è l'articolo determinativo (il, lo, la, gli, i, le) 21. a è l'articolo indeterminativo (un, uno, una) 22. of è la preposizione «di» 23. and è la congiunzione «e» 24. to indica l'infmito del verbo (to lave, amare) ed anche il moto a luogo (I go to London, vado a Londra) 25. this/that significano questo, questa/quello, quella Utili sono anche le «cinque W» che costituiscono la prima regola da osservare per il cronista anglosassone alle prese con l' «attacco» di un articolo: 26. who chi 27. what cosa 28. when quando 29. where dove 30. why perché cui possiamo aggiungere 31. how come A questo punto suggeriamo di ricordare almeno sei verbi chiave: 32. to speak parlare 33. to know sapere 34. to understand capire 35. to like piacere (si costruisce come «amare»,) 36. to go andare 37. to come venire La forma negativa (vedremo poi perché) si ottiene mettendo prima del verbo quattro lettere: don't 38. I don't understand Non capisco La forma interrogativa anteponendo al verbo due monosillabi: do you? 39. Do you understand? Capisci? Possiamo aggiungere quattro aggettivi: 40. good buono 41. bad cattivo 42. my mio 43. your tuo e cinque tra preposizioni e avverbi: 44. before prima 45. after dopo 46. soon presto 47. late tardi 48. maybe forse nonché i numeri dall'uno al dieci: 49. one two three jour five six seven eight nine ten e, per un popolo votato allo shopping, 50. How much is it? Quanto costa? Una curiosità: l'importanza di queste «cinquanta parole», ricavate soltanto dall'esperienza e da un po' di buon senso, è confermata da un recente studio statistico sulla «frequenza» dei vocaboli, presentato durante un programma radiofonico della BBG (English Now) dal linguista David Grystal. Le venti parole più usate nella lingua scritta sono nella colonna di sinistra; le venti parole più usate nel discorso, sulla destra. INGLESE SCRITTO INGLESE PARLATO (GIORNALI) (CONVERSAZIONE) 1 the the 2 of and 3 to 4 in to 5 and of 6 a a 7 for you 8 was that 9 is in 10 that it 11 on is 12 at yes 13 he was 14 with this 15 by but 16 be on 17 it well 18 an he 19 as have 20 his for Torniamo alle «cinquanta parole per sopravvivere», le stesse che un inviato speciale cerca di imparare in arabo e in russo. In inglese sono ancora più utili: un quarto dell'umanità le conosce. Non si può dire, naturalmente, che tutta questa gente parli inglese, anche se alla domanda «Do you speak English?» risponde «yes» senza esitazioni. Resta vero, però, che con queste cinquanta nozioni e con le centinaia di parole che già conosciamo è possibile cavarsi qualche piccola soddisfazione. Possiamo andare ospiti a cena e infastidire il padrone di casa con i nostri commenti: I like it Mi piace I don 't like it Non mi piace Al cinema possiamo protestare: This popcorn is not good. Questo pop-corn non è buono. Domandare dov'è il bagno senza vagare nel buio alla ricerca dei pupazzetti sulle porte: Where is the toilet? Dove è il bagno? Al ritorno, possiamo chiedere alla nostra vicina di posto il suo parere sullo spettacolo: How is the film? (vagamente scorretto -meglio What is the film like? -ma comprensibile), e informarci sul nome dell'assassino (Who is the killer, please?). Ovviamente non siamo ancora in grado di tenere con lei una vera conversazione (i frasari in circolazione hanno sempre una sezione intitolata «Fare amicizia», ma non fidatevi. Di solito la prima frase è What about a drink at my piace? Cosa ne dici di un drink a casa mia?). Possiamo però mostrare di non essere muti, e non è poco. Tratto da "L'INGLESE nuove lezioni semiserie" di Beppe Severgnini. Edizioni BUR
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